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Dom, Ago

Sulla revisione dell'Aia, nessuno faccia lo struzzo

Sulla revisione dell'Aia, nessuno faccia lo struzzo

Ambiente

Dovrà essere il gestore dell'impianto a valutare la contaminazione del suolo e delle acque sotteranee. Misure, queste, che per quel che concerne la specificità di Taranto, andranno poste in relazione con la concreta applicazione del Codice per l'Ambiente

Il  27 maggio scorso il ministero dell’Ambiente ha comunicato l’avvio del procedimento di riesame dell’autorizzazione integrata ambientale richiesta, ai sensi della normativa vigente, dal sindaco di Taranto. Alla stessa data iniziava l’avvio della consultazione pubblica con termine per la presentazione delle osservazioni da parte del pubblico sulla domanda di Aia il 26 giugno. La procedura del riesame, assai importante, fa riferimento al “Piano delle Misure e delle attività di tutela ambientale e sanitaria”, ma risulta essere fortemente circoscritta. Nel decreto direttoriale del riesame, a firma del DG del MATT, si fa giustamente riferimento alla norma che espressamente prevede: “A seguito della comunicazione di avvio del riesame da parte dell'autorità competente, il gestore presenta entro il termine determinato dall’autorità competente, in base alla prevista complessità della documentazione, e compreso tra 30 e 180 giorni (…), tutte le informazioni necessarie ai fini del riesame”. La  Direttiva 2010/75/UE, “Relativa alle emissioni industriali (prevenzione e riduzione integrate dell’inquinamento)”, ha introdotto numerose modifiche sostanziali alle precedenti Direttive, in materia di prevenzione dell’inquinamento dovuto alle attività industriali. Tra i diversi obiettivi della direttiva del 2010 c’è quello di assicurare che le norme interne degli stati membri garantiscano una più incisiva applicazione dei principi cardine della normativa ambientale comunitaria, in particolare del principio di chi «inquina paga» e della «Prevenzione dell’inquinamento attraverso interventi alla fonte». Una occasione il riesame, quindi, per verificare la congruenza della “Relazione di Riferimento” introdotta dal decreto di recepimento della direttiva 2010/75/UE e che ha modificato il Codice dell’Ambiente. Un documento che fornisce informazioni sullo stato di qualità del suolo e delle acque sotterranee, con riferimento alla presenza di sostanze pericolose pertinenti, necessarie al fine di confrontare lo stato all’atto dell’elaborazione della relazione ed al futuro momento della cessazione dell’attività. Non quindi uno dei siti inquinati cosiddetti SIN (sito s’interesse nazionale ndr), con  un responsabile che si è fatto carico delle operazioni di bonifica. Quale occasione migliore per la dimostrazione da parte del gestore che al momento della cessazione definitiva delle attività il sito stesso verrà  ripristinato conformemente a quanto previsto dal  dLgs 46/2014. La “Relazione di Riferimento” assolve a una doppia funzione che è quella di una informazione preventiva sullo stato del sito e di ripristino nel caso di  cessazione della attività  ed  emerga una situazione di inquinamento rispetto al quadro iniziale. Certezza assoluta nel caso dell’ex Ilva! La relazione costringe il gestore a fare riferimento anche alla storia  ambientale del sito e, inoltre, il riferimento è anche rispetto al territorio circostante per valutare l’esistenza di inquinamenti in atto per poi confrontarli con la fine dell’attività nello stesso luogo. Circostanza, questa, chiarita dalla UE con la Comunicazione del 2014.  
Le modalità per la redazione della relazione di rifermento sono state emanate con le linee guida di cui al DM 272/2014 che hanno seguito quelle comunitarie contenute nella comunicazione della Commissione Europea 2014/C 136/01. Cittadini e associazioni, credo, che su questo aspetto possono svolgere un rilevante ruolo attraverso la partecipazione al procedimento. La Relazione di riferimento potrà annullare parecchi atteggiamenti da struzzo. La norma infatti prevede che l’autorità competente, anche in caso di riesame, stabilisca prescrizioni affinché il gestore, una volta cessata la propria attività, valuti lo stato di contaminazione del suolo e delle acque sotterranee da parte di sostanze pericolose pertinenti usate, prodotte o rilasciate dall’installazione; soprattutto affinché il gestore stesso adotti le misure necessarie per rimediare a tale inquinamento. Misure che su Taranto potranno trovare attuazione solo  tramite la garanzia finanziaria prevista dal Codice dell'Ambiente. Il DM 141/2016 stabilisce i criteri per la quantificazione degli importi da garantire. Prevede che le garanzie finanziarie siano prestate entro un anno dalla validazione della relazione di riferimento, da parte dell’autorità competente, e che dovranno essere prestate fino dodici anni dal rilascio dell’AIA o dall’ultimo riesame effettuato sull’intera installazione. Il criterio di calcolo è basato sulla massima capacità produttiva: condizione rispetto alla quale si devono valutare i quantitativi di sostanze pericolose pertinenti classificate in base alla rispettiva indicazione di pericolo. Credo, infine, che questa possa essere anche l’occasione per l’adeguamento alle nuove BAT (migliori tecniche disponibili, Best Available Techniques) adottate  con decisione di esecuzione applicate agli impianti di combustione di potenza termica nominale: pari o superiore a 50 MW della centrale termoelettrica da 800 MW che utilizza i gas siderurgici prodotti e situata dentro lo stabilimento siderurgico (impianti CET 2 e CET 3). Il riesame dell’Aia, quindi, può rappresentare una ottima occasione per ridefinire, in un quadro di responsabilità e partecipazione, la dolorosa questione dell’ex Ilva di Taranto.