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Gio, Nov

Il viaggio di Giuliana

Il viaggio di Giuliana

Attualità

Uno sguardo da vicino sull’inarrestabile fenomeno migratorio degli ultimi anni

Questo viaggio non appartiene soltanto alla persona che ha deciso di parlarcene, ma è anche il viaggio di tanti ragazzi e ragazze come lei che decidono di oltrepassare le colonne d’Ercole per guardare il mondo da una prospettiva più dura di quella offerta dalla condizione politica di un cittadino italiano ed europeo: la prospettiva dei centri di accoglienza riservati ai migranti che scappano dalla fame e, soprattutto, dalla guerra. Un fenomeno che l’Italia conosce benissimo, tanto da divenire la piazza principale sulla quale si è concentrata la diatriba politica degli ultimi anni.
Ma un copione analogo è quello che si svolge sulle coste greche, più vicine al Medio Oriente, ed è qui che si snoda il viaggio di Giuliana Colella, tarantina di nascita. Classe ’92, si laurea in Scienze Politiche a Bari nel 2015, proseguendo in Migration and Development Studies nel 2016 presso la School of Oriental and African Studies. All’indomani degli anni universitari, decide di toccare con mano il dramma delle migrazioni di massa dal Medio Oriente, lavorando con l’associazione Inter Alia e con tante altre organizzazioni in prima linea sul fronte umanitario. Nel luglio 2016 si reca sull’isola di Lesbo, a tutt’oggi scenario di una delle più grandi crisi umanitarie verificatesi nel nuovo Millennio: si calcola che fra il 2014 e il 2018 in Grecia siano sbarcate più di un milione di persone, sovraffollando anche il più grande centro d’accoglienza d’Europa che si trova proprio su quest’isola. Il dato più eclatante riguarda il fatto che di questa gigantesca cifra, 850mila persone sono sbarcate soltanto nel 2015 (ndr, fonte Open Migration), l’anno precedente all’arrivo di Giuliana, che vive quest’esperienza con un impatto fortissimo, interfacciandosi con il boom della crisi dei rifugiati nell’angosciante attesa di un accordo fra Unione Europea a Turchia che stentava ad essere siglato. Solo il 20 marzo dello stesso anno sotto la Presidenza Juncker della Commissione Europea questo accordo prende vita, prevedendo un trattamento più ordinato delle istanze migratorie provenienti dalla Turchia caso per caso, e nella piena attuazione del principio di non
respingimento. È in questo frangente che Giuliana avverte la disperazione vera, mettendo in discussione la sua capacità di poter avere quotidianamente a che fare con queste situazioni a dir poco emergenziali, fra i centri d’accoglienza che scoppiano e le storie infami delle guerre.
Da marzo a settembre 2018, però, Giuliana si sposta ad Atene, nel quartiere di Exarchia, fra edifici occupati o donati dove si arrangiano alloggi per le tante persone provenienti dai vari centri d’accoglienza come quello di Lesbo, o come quello di Idomeni sgomberato il 26 maggio 2016. Ed è qui che Giuliana incontra studenti volontari proprio come lei, attivi nella città per cercare di offrire servizi di prima necessità a gente letteralmente lasciata allo sbando dai governi. Nell’assenza dello Stato, la giovane volontaria comprende come solo l’amore possa supplire alla rovinosa macchina burocratica ed istituzionale che ingolfa vite innocenti, anzi, colpevoli soltanto delle etichette che vengono loro affibbiate dai media, quali quelle di “rifugiati”, “migranti economici”, ecc.: davanti alla disperazione ogni tentativo di descrivere un uomo che non è null’altro che un uomo, risulta vano. Giuliana sente quasi il bisogno di scusarsi per il mero fatto di possedere un passaporto italiano e quindi europeo; unica vera differenza fra lei e loro: quelli che rischiano di morire ogni giorno nel loro Paese d’origine perché c’è la guerra, perché non ci sono i diritti, perché l’occidente avrà pure i suoi guai ma si guarda bene dallo sparare sulla folla, anche se per qualcuno questa
potrebbe essere la final solution a tutti i problemi derivanti dal fenomeno migratorio.​E “loro” hanno un nome e un cognome. Dormono negli edifici diroccati e sovraffollati di Exarchia, fra ragni e topi che mangiano le fondamenta dei palazzi, soffitti che crollano, calcinacci che si staccano, stanze allagate, elettricità e acqua che vanno e vengono, dispense sempre semivuote, e come se non bastasse persino con gli attacchi incendiari dei gruppi neofascisti.
Questa è la storia di Mohammed, ristoratore siriano al quale l’Isis distrusse il locale e trucidò la famiglia intera, lasciandolo come unico superstite. Ha perso moglie, figli, genitori; ha perso tutto. Ma ha la forza di raccontare la sua storia a Giuliana, vivendo per aiutare il suo prossimo come già faceva quand’era ancora in Siria, donando più viveri possibile alle famiglie indigenti, e privilegiando, innanzitutto, i tanti bambini abbandonati a loro stessi a causa della guerra. È anche la storia di Tamer, che ha lasciato Gaza seguendo le orme di suo nonno e di suo padre, scappati dall’interminabile conflitto arabo-israeliano che massacra quella striscia di terra sin dal 1948.
È la storia di Khaleel, curdo vissuto in Siria come coltivatore di melograni finché i suoi campi non sono stati circondati dall’Isis, rendendogli impossibile anche soltanto la vendita dei suoi prodotti, lasciando marcire tonnellate di frutti per poter guardare ad un futuro migliore verso l’Europa. È la storia di altri milioni di persone che nel passato, nel presente e nel futuro di questo mondo, dovranno guardare oltre i loro confini culturali e nazionali per poter assicurare la sopravvivenza di se stessi e della loro famiglia. Una migrazione inarrestabile per quella che è la condizione della cartina geopolitica offerta dal mondo contemporaneo, con la quale i governi di tutto il mondo avrebbero già dovuto fare i conti per poter dignificare i nuovi europei, con percorsi d’integrazione
condivisi dagli abitanti originari o stanziati nel Vecchio Continente da più generazioni.
E, intanto, il viaggio continua...

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