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Gio, Nov

"Ascia nera", la mafia nigeriana sbarca a Taranto

"Ascia nera", la mafia nigeriana sbarca a Taranto

Attualità

Presentato a Palazzo di Città l'ultimo libro dello scrittore Leonardo Palmisano. Al centro un fenomeno criminale diffuso ma poco insistito in espansione anche nel capoluogo jonico  

Violenta ed estremamente subdola, coinvolta nei traffici di droga e nello sfruttamento della prostituzione. Questa la mafia nigeriana inchiesta a firma dello scrittore ed etnografo Leonardo Palmisano ieri a Taranto nel Salone degli Specchi di Palazzo di Città per presentare il suo ultimo libro e parte di una trilogia di successo “Ascia Nera” (Fandango). L’evento organizzato dalla Uil Taranto nell'ambito del ciclo “Incontri con l'autore” e moderato dal direttore di Cosmopolismedia.it Vincenzo Carriero, ha visto presenti inoltre il Segretario Generale Uil Taranto, Giancarlo Turi, il Questore di Taranto, Giuseppe Bellassai, l’avvocato penalista Carlo Petrone, il Sostituto Procuratore della Repubblica, Maria Grazia Anastasia ed infine Don Antonio Panico, docente della LUMSA.

Dopo l'introduzione del Segretario Uil, incentrata sul tema della legalità nel lavoro, con particolare attenzione a quello agricolo in territorio pugliese, si è giunti al cuore del confronto. La “Black Axe” (da qui il titolo del libro “Ascia Nera”), nata intorno alla seconda metà degli anni '70, si diffonde in virtù della crescente richiesta europea, sul mercato nero, di manodopera a basso costo. Un sistema infernale che vede nel reclutamento di manovalanza da destinare ai campi e nello sfruttamento di povere disperate la sua dimensione più esecrabile. A ciò va aggiunto che le cosche speculano su una religiosità pervasiva di matrice animista che unisce alla figura del “boss”, del leader la misticità del divino: un despota che non parla di Dio, ma vuole essere un “dio”, mutuando il consenso in vero e proprio culto.

Per assicurarsi adesioni, l’organizzazione attinge dalle università in veste di sindacato studentesco e benefattori: borse di studio agli studenti nigeriani (in patria), sostegni economici di varia natura, ma soprattutto, promesse di lotta “all'uomo bianco”: responsabile della deportazione nel secolo scorso di milioni di schiavi dall'Africa all'America, e che ora, è pronto a fare accordi al ribasso sulla pelle degli innocenti obbligati a ripagare “debiti” inestinguibili contratti per giungere nei paesi ad economia prospera.

Migliaia di euro da restituire agli aguzzini implicano forze impiegate nelle attività di spaccio, nella prostituzione e nel lavoro nero. Gli “schiavi 2.0” vivono così in un regime di doppio asservimento: come invisibili patologici all'interno di una società dal consumo spregiudicato.

Eloquente in tale ambito l’intervento dell’avvocato Petrone: “L'intelligenza perversa espressa dalla mafia “nera” –spiega - si innesca alla storia criminale pugliese. In particolare a Taranto, città che non ha mai espresso una sua leadership criminale, lasciandosi “colonizzare” dai flussi discontinui delle diverse cosche provenienti tanto dalla regione quanto dall'esterno”.

“Ed è grazie all’attività preventiva delle Forze dell’ordine se il capoluogo jonico non ha mai avuto una espressione criminale autonoma – ha commentato il Questore, Giuseppe Bellassai – il fenomeno nella fattispecie ha un peso importante ma non “particolarmente” importante, anche se in città molti nigeriani vivono in una situazione di clandestinità e marginalità, sfuggendo alle operazioni di censimento (sarebbero in tutto 500 i nigeriani censiti fino ad oggi nel territorio jonico ndr). Questo fattore, - aggiunge – unito al cambio di passo della malavita (molto più silente rispetto al passato), ha trasformato Taranto in una delle maggiori piazze di spaccio pugliesi”.

Nel suo intervento il Maria Grazia Anastasia ha additato le strategie di contrasto: “Oggi è più difficile poiché è superata la fase di gestione brutale degli affari mafiosi, - sottolinea - preferendo altri canali, diversi dagli spargimenti di sangue, per poter radicalizzare la propria egemonia nel territorio. A ciò si aggiunge il rischio delle connivenze nella pubblica amministrazione e negli apparati statali, talvolta tutelati da un’apparente legalità, ma di fatto corrotti così come dimostrato dalla quantità di Comuni sciolti in Italia per legami con frange criminali. Ciò accade in un contesto comunitario tutt'altro che facile, dove la Corte Europea dei Diritti Dell'Uomo pare non comprendere le radici del fenomeno mafioso, - aggiunge - trattando l'Italia da “pecora nera” sul tema dell'ergastolo ostativo”.

Da qui un monito espresso dallo stesso autore: “Per annientare la mafia nigeriana occorre comprendere le strutture all'origine, in patria, e scardinarle lì. Da parte nostra è possibile un contributo: cessare di alimentarne il capitale economico e dire “no” allo sfruttamento”.

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