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Gio, Nov

Amos Oz, il cantore della tolleranza

Amos Oz, il cantore della tolleranza

Cultura

Siamo tutti più poveri senza il grande scrittore israeliano, scomparso nei giorni scorsi. Il fanatismo è la piaga purulenta delle nostre società. Il compromesso non è deleterio, sprigiona semplicemente il coraggio a voler cambiare

Difficile immaginare Israele, la sua storia di Stato tetragono dalla geopolitica precaria, senza Amos Oz. Con le parole forgi un popolo, grazie ai libri ne plasmi l’anima. La letteratura di Oz è stata un balsamo capace di mitigare ferite e contrapposizioni ideologiche. Peggio del fanatismo – e dei suoi odi millenari – non si palesa nulla. Niente lo sopravanza nella folle corsa all’autodistruzione. La vita è tolleranza; la vita è pluralismo. Religione, politica e cultura: l’uomo cerca l’oltranzismo, il proprio stupido egocentrismo, in ossequio a queste tre parole dalla portata distruttrice se mal declinate.  Con “Una storia di amore e di tenebra” il grande romanzo di lingua ebraica supera i confini nazionali, si carica di un’aurea terzomondista. Lo scrittore racconta in chiave autobiografica i dolori della sua adolescenza: il suicidio della madre, la rigida educazione ricevuta da un padre militare, infarcito di rigidi schematismi ideologici. Per sfuggire ad una realtà che gli pare alienante, ai limiti della follia, Oz decide di andare a vivere in un kibbutz. L’esperimento di società fabiane, di un socialismo comunitario ed utopico, trapiantato nel cuore del mediterraneo, gli consente di maturare idee che lo accompagneranno per tutta la vita. Nella lotta israelo-palestinese, Oz sa da che parte stare. Propugna la tesi di “due popoli, due Stati”. Si fa ambasciatore di un dialogo tra diversi; il vero arricchimento, per società che vogliono fregiarsi del titolo di una modernità non posticcia, si chiama “cultura dell’ascolto”. Un altro straordinario libro è “Giuda”. La tesi che sottende questo testo dalla grande forza evocatrice, scompagina i campi del politicamente corretto. Rende urticanti e astiosi i benpensanti: “Il tradimento non è un atto disonorevole; è soltanto il coraggio di voler cambiare (…)”. In “Contro il fanatismo”, il giudizio si eleva ad introspezione pedagogica: “Nel mio mondo, la parola compromesso è sinonima di vita. E dove c’è vita ci sono compromessi. Il contrario di compromesso non è integrità e nemmeno idealismo e nemmeno determinazione o devozione. Il contrario di compromesso è fanatismo, morte”. Siamo tutti più poveri - persino più in pericolo - senza Amos Oz.